Empatia e stile danzano sulle note di Filippo Galassini

1 aprile 2016 @14:49

Filippo Galassini Dj

Oggi, al nostro angolo delle interviste, abbiamo un interlocutore d’eccezione: Filippo Galassini.
Filippo tecnicamente è un Dj, ma è una definizione che gli sta stretta. Egli è un intrattenitore che riesce a “dialogare” col suo pubblico tramite la musica.
Grazie alla sua capacità di empatizzare, Filippo recepisce i gusti della platea e la coinvolge nel ballo, mettendo in circolo energia gioiosa, comunicazione positiva e interrelazioni tra gli astanti.
I video che compongono l’intervista integrale sono pubblicati sul nostro canale YouTube.

 

 Filippo Galassini Dj

 

Gli inizi e il percorso professionale

Ti definisci DJ, ma non solo. Com’è iniziato il tuo percorso lavorativo? Da dove sei partito e quando?

Filippi Galassini - Disk JokeyÈ iniziato tantissimi anni fa, la mia passione per la musica ha origini antiche: ho 41 anni e il primo capriccio perché la nonna mi comprasse un disco, risale probabilmente a quando avevo 7/8 anni. La tendenza a chiudermi nella mia stanza ad ascoltare la mia musica preferita, c’è da tanto, tanto tempo.
Ho cominciato a rendere la mia passione una professione, sul finire degli anni ‘90. Ho cercato di suonare degli strumenti, ma sono state avventure poco gratificanti e sono state interrotte (ride).
Diciamo che ho preferito sfruttare il lavoro di altri musicisti, del resto il lavoro del Dj nasce sul lavoro di altri. Io scelgo i lavori altrui che più mi piacciono e che più ritengo adatti alle situazioni che mi vengono proposte.
Nel ‘96-‘97 la situazione per questo genere di lavoro, era molto differente rispetto all’attuale.
Ho cominciato a lavorare nei locali, poi nei pub e alle feste private: compleanni e altro.

 

Come si diventa DJ? Si fanno dei corsi?

In genere la passione nasce da adolescente, io ho cominciato da autodidatta. Ai miei tempi non esistevano corsi, oggi sì, ma non mi piace molto il modo in cui sono organizzati: trovo che siano più che altro vetrine per chi li organizza, invece che occasioni di apprendimento.
Io, negli anni, ho frequentato persone più anziane di me, con più esperienza, che mi hanno trasmesso il contenuto tecnico della professione. Poi io ho aggiunto quello che ho imparato dalle mie peregrinazioni sui vari generi musicali.

 

Che tipo di attività svolgi oggi? Per quale tipo di eventi?

Ho trasferito completamente il mio lavoro dall’ambito delle discoteche, pub e locali in genere, al lato eventi. Per eventi intendo DJ Filippo Galassinisoprattutto il settore wedding, gli eventi aziendali e le feste private tout court.
Il ramo aziendale è tutto quello che concerne il veicolare un marchio.

 

Eventi aziendali

Come mai adesso le aziende hanno bisogno di creare eventi con musica?

È una cosa relativamente nuova: negli ultimi 10 anni si è diffusa, in particolare in alcune zone della Versilia, la tendenza a immaginare situazioni utili alla costruzione dell’immagine che gira intorno al logo.
Faccio un esempio per far capire meglio: se il marchio Maserati decide di incrementare le proprie vendite sul territorio della Penisola, contatta un’agenzia di Roma che, per conto di Maserati, organizza una tournee in varie location identificate come ottimali dalle analisi di mercato. Gli strumenti che utilizzeranno per vendere il prodotto saranno correlati all’immagine creata attorno al marchio dagli eventi organizzati durante la tournee.

 

Chi sono i tuoi clienti?

In senso stretto, io sono il cliente dell’agenzia che mi incarica dell’intrattenimento durante l’evento che organizza. In senso lato, tutti i presenti all’evento sono miei potenziali clienti.
Io contribuisco a dare un’idea del marchio e dei valori ai quali il marchio fa riferimento e nei quali i clienti dovrebbero identificarsi. Se si indentificano in quei valori, probabilmente acquistano il prodotto che viene veicolato.

 

Restando sul ramo aziendale, quanto è difficile andare incontro alle esigenze del cliente nel tuo campo? Rimanendo in linea con il gusto di chi ti commissiona una serata, come si fa a conciliare anche i gusti degli invitati?

Chi fa il lavoro che ho scelto di fare io, ha bisogno soprattutto di una dote: creare empatia con chi sta di là dalla consolle. In tempi brevi si intuiscono i gusti dell’interlocutore. Il lato più complicato, soprattutto nel ramo aziendale, non deriva dal rapporto col cliente finale: è col il mediatore che possono nascere fraintendimenti, richieste e rassicurazioni sul curriculum. Quando si viene chiamati la prima volta, il CV non da sufficienti garanzie a chi ha la responsabilità dell’organizzazione. In quel caso ci si muove su un terreno disagevole, perché non ci sono conoscenze pregresse né da parte dell’agenzia né da parte dei clienti invitati dall’agenzia.
In questi frangenti, cerco di rapportarmi con il mediatore come se fosse uno degli invitati alla sua stessa festa. In realtà, quasi mai i gusti dell’agente corrispondono a quelli del cliente, ma serve a garantire che il messaggio sia arrivato.
Ciò che interessa al mediatore è che il cliente sia contento, non ha quasi mai la tendenza a imporre generi musicali.

 

La musica comunica, se eseguita con stile e personalità

Quanto è importante la musica a un evento? Anche relativamente alla creazione di empatia alla quale accennavi prima.

Secondo me è determinante, perché gli ospiti escono dall’evento con la sensazione di essere stati fortunati ad aver ricevuto l’invito.
L’ideale sarebbe avere la convinzione che queste persone tornino a casa pensando: “Che bello, Maserati (o chi per essa) ci ha invitati a qualcosa cui non ci è capitato spesso di assistere.

 

Nel tuo lavoro c’è personalizzazione?

Sarebbe bello che ci fosse sempre e sempre di più. Credo che la personalizzazione debba uscire, in qualche modo, da chi fa questoGalassini Filippo lavoro, anche se certamente non sta dentro a un ragionamento razionale.
La personalizzazione è proprio la ragione per cui richiameranno te e non qualcuno che fa una cosa simile, magari a costi minori. Diciamo che un briciolo di stile, di scelta personale è richiesto anche in questi frangenti.
Gli eventi aziendali, così come i matrimoni, possono essere paragonati a un bellissimo castello, costruito con la sabbia in fondo al mare. Probabilmente il mare, nel corso della notte, lo cancellerà, ma chi è stato invitato in quel castello la sera, deve conservare la sensazione di aver partecipato a un evento assolutamente unico.
Lo è se, chi ha contribuito a costruirne la musica e l’intrattenimento, è riuscito a dare la sensazione della “non abitualità”, dell’originalità.

 

La professione del Dj nell’era di internet

Il passaparola è fondamentale nel tuo lavoro?

Il passaparola è sempre stato fondamentale, ma quando ci si sposta a lavorare sugli eventi, il meccanismo è un po’ più tortuoso: non è più l’amico che ti chiama perché un conoscente gli ha fornito il tuo numero. In genere ci sono dei passaggi in più, dei quali non sempre tu sei a conoscenza, però il meccanismo è simile, anche se più tortuoso. Perché il cliente è diventato una persona che a stento si ricorda il tuo nome, chiama un agente e chiede a lui garanzie del risultato. Chi farà il tuo nome, in quel caso, dovrà farlo con piena convinzione del risultato. I margini d’errore si devono, per forza di cose, ridurre.

 

I social network aiutano in questo senso? Segui e aggiorni i tuoi profili?

Non amo particolarmente i social network, ma in questo momento sono hanno la maggior capacità di penetrazione all’interno di vaste fasce di utenza.
Facebook è trasversale nella sua capacità di penetrazione in differenti tipi di clientela. Credo però fondamentale, dopo un primo contatto per cui ritengo utile il social, fare in modo che ci sia poi un incontro. Se non è possibile di persona a causa della distanza, anche utilizzando gli strumenti che abbiamo a disposizione, come Skype o altri mezzi simili.

 

I Matrimoni

Parlando di matrimoni: com’è organizzare la parte di intrattenimento? È più difficile? Ci racconti qualche aneddoto?

Ho cominciato a lavorare quasi da subito nel settore dei matrimoni, seppur sporadicamente. Ebbi la fortuna di riuscire a fare qualche esperienza, sia in matrimoni di italiani sia in matrimoni di stranieri. Mi colpì molto la differenza che all’epoca era abissale, come tipo di aspettative, come gusti, come scelte che concernevano l’organizzazione del matrimonio.
Magari il budget era simile, era il modo diverso in cui lo spendevano che ritenevo un po’ discutibile, soprattutto quello degli italiani.
Un episodio che mi colpì avvenne circa 10 anni fa, durante un matrimonio vicino Montecarlo di Lucca, in un bel prato, tra gli ulivi. Montai la mia attrezzatura e iniziai a mandare la musica mentre arrivavano gli ospiti a sorseggiare l’aperitivo. C’era ancora luce e attendevamo tutti l’arrivo degli sposi, mentre i bambini giocavano e gli ospiti chiacchieravano e mangiavano. Aspettammo un paio d’ore, erano circa le 20.30, mentre si guardava la strada per vedere l’auto che avrebbe dovuto portare gli sposi. Invece arrivò un elicottero che atterrò su un prato vicino a quello dove stavamo aspettando. Gli sposi scesero, salutarono, fecero le foto di rito e assaggiarono gli aperitivi.
Quando fu il momento della cena, era previsto che gli ospiti facessero la coda a un buffet costituito essenzialmente da carni grigliate.
Non potei fare a meno di chiedermi come mai fosse stato previsto di far fare una coda ad anziani e bambini per mangiare un wurstel, mentre nel budget era entrato il costo di un elicottero.
Ecco, incongruenze di questo tipo, pur non così estreme, ne ho incontrate spesso nei matrimoni italiani.

 

La musica è un elemento importante per intrattenere gli ospiti e per la buona riuscita dell’evento stesso, no? Il “momento morto” è il nemico da temere.

Sì. In quel caso, bisognava assolutamente impedire che si creassero momenti morti, altrimenti l’attenzione, inevitabilmente, si Filippo Dj Galassinisarebbe concentrata su quello che a me era immediatamente balzato all’occhio: queste disparità di trattamento previste dagli sposi (ride).
Riuscii quasi subito a far ballare qualcuno. Non occorre che ballino tutti, ma il ballo, una volta che si crea, è bene tenerlo in vita.

 

Come si fa a coinvolgere le persone in pista? E poi a mantenere vivo il coinvolgimento?

Ci sono due scuole di pensiero: chi fa il mio lavoro ha una consolle comprensiva di microfono e, attraverso il microfono, con la propria voce oltre che con la musica, il DJ concorre a intrattenere gli ospiti: li incita, li calma, li placa, li esalta a seconda della situazione.
C’è poi un altro modo di interpretare il ruolo, quello che adotto io, che prevede l’uso del microfono giusto se è necessario spostare una macchina o per casi di emergenza. Si cerca di coinvolgere con la musica. Con una vasta conoscenza di vari generi musicali, peschi quello che sai che andrà ad alzare o abbassare l’attenzione delle persone coinvolte. Si cerca di tenere sempre un asso nella manica.
Si tratta di quei pezzi che hai individuato in fase di incontro preliminare o che fanno parte della playlist che hai ricevuto dagli sposi. La bravura del Dj sta nel scegliere il momento giusto in cui calare questi assi. È così che ha volte si recuperano situazioni che stanno per dissolversi.
Il ballo, come dicevo prima, è un animaletto che ha bisogno di attenzioni, non puoi lasciarlo da solo.
Riuscire a far riprendere il ballo dopo un’interruzione è una delle cose più complicate del mio lavoro. A volte capita e, in quei casi, devi fare appello a tutte le tue abilità.

 

Danno fastidio o fanno piacere le richieste?

Il mio lavoro richiede una concentrazione un po’ particolare, se si vuole raggiungere l’empatia con chi si ha davanti, è necessario osservare, respirare la stessa aria…
Pensare di non interagire minimamente, e quindi di non accettare alcun tipo di richiesta, vorrebbe dire fare male il proprio lavoro. Tuttavia, sono capitate richieste fastidiose negli ultimi vent’anni (ride). Dipende molto anche dall’educazione con la quale sono rivolte le richieste. Difficilmente una richiesta rimane inevasa, ma se i modi sono carini, la soddisfo più volentieri (sorride).

 

I giovani e la musica

Il target anagrafico più difficile da soddisfare?

Il target più difficile è il diciottenne.
È un cliente particolare, perché tanti sono i fattori di inibizione.
Spesso è molto volubile nel gestirsi all’interno di una festa, arriva spesso accompagnato da coetanei, quasi mai in coppia e la differenza tra generi è balza agli occhi. Si creano spesso dei raggruppamenti, maschietti da una parte, femminucce dall’altra e le coppie in un terzo sottoinsieme.
È una situazione un po’ più complicata da gestire, perché il ballo richiede un minimo di disinibizione.
Muoversi a tempo di musica è un rito un po’ antico. Il motivo per cui gli “animali” uomini si divertono ballando risale alla disinibizione che era necessaria per fare conoscenza, per farsi belli agli occhi di chi volevano li notasse.
Nel caso dei diciottenni questo non è semplice, per ragioni legate principalmente alla loro età.

 

Se ti capita di fare un diciottesimo cosa fai? Tiri fuori i cavalli di battaglia che però, forse, sono anacronistici per un giovane?

Se il Dj è un po’ troppo protagonista, rischia di bloccare ancora di più la situazione. Bisogna riuscire a esserci, ma anche a stare da parte
Poi dobbiamo renderci conto che il diciottenne non è UN diciottenne. È difficile descrivere l’adolescenza attraverso una sintesi di tre/quattro caratteristiche o di gusti musicali. C’è dentro un po’ di tutto: c’è quello che scimmiotta ciò che ballavano i genitori alla sua età (mentre i genitori, magari vogliono ballare gli attuali successi dell’estate); c’è quello che, invece, ama ricreare l’ambiente da discoteca, per cui oltre a un impianto particolarmente potente, è utile procurarsi le luci adatte.
In genere, nel caso di giovani, preferisco conoscerli prima, possibilmente senza la presenza dei genitori. Invece è molto utile la presenza di un fratello, soprattutto se di età vicina, o di un amico, perché nella ricostruzione dei loro generi musicali, si scambiano informazioni. Con le parole, con gli sguardi o con atteggiamenti corporei, lanciano dei segnali che bisogna riuscire a cogliere. A volte il diciottenne si diverte con cose che non ama dirti; può darsi che ci siano dei pezzi usciti anni fa, che lui non ha vissuto, ma che ha ascoltato in discoteca e che gli piacerà trovare alla festa.
Non esiste più la differenza della musica legata ai momenti storici. Non è più vero che il cinquantenne balla gli anni ‘80, che il quarantenne balla gli anni ’90 e i genitori ballano solo gli anni ’60. Ciò avviene per tante ragioni, una delle quali è probabilmente legata ai metodi di ricezione  e di uso della musica. Con l’avvento della Rete, la facilità di reperire il materiale ha modificato tantissimo il modo di vivere la musica.

 

La professionalità non dipende dagli strumenti tecnologici

Secondo te c’è molta improvvisazione nella tua professione?

Certo che sì. È molto semplice, a livello di costi, rispetto al passato, procurarsi a quanto basta per definirsi DJ. Per definirsi musicista bisogna imparare a usare uno strumento ed è facile rendersi conto del livello di know-how raggiunto, se non è almeno minimo si vede subito.
Invece gli strumenti tecnologici, oggi, sembrano agevolare il lavoro del Dj. In realtà, quando ti trovi di fronte a un congruo numero di persone, le differenze tra chi si improvvisa e da chi lo fa da un po’ di anni, si notano. Indovinare una hit non  è difficile, e anche metterne insieme a tempo e mixate in modo decoroso, non è più una cosa particolarmente complicata; con un po’ di buon gusto e qualche pomeriggio in casa, si riesce a ovviare a entrambe le problematiche.
È nella continuità della serata che si nota la differenza: nel numero di persone che ballano, nel modo in cui ballano. C’è differenza tra modo e modo di ballare; in discoteca al diciottenne viene spesso richiesto di alzare le mani, di saltare, ma per me non è esattamente ballare.

 

Quanto è importante la figura del Dj? Questo incitare la pista piuttosto che personalizzare il proprio ballo come lo vedi? Seguire le istruzioni altrui invece di personalizzare i propri movimenti, come sta cambiando il modo di ballare?

Il cambiamento è già avvenuto alcuni anni fa. Con quella che i sociologi chiamano “normalizzazione”, l’intrattenimento proposto all’interno dei locali è andato sempre più uniformandosi. Ti può capitare di girare due o tre locali in una sera, e sentire in tutti lo stesso pezzo.
Oggi trattano la pista con il concetto del mordi e fuggi, per cui il locale non lavora nella costruzione di uno zoccolo duro di clientela, alla quale si sommeranno poi i turisti, ma opera come se dovesse chiudere da un giorno all’altro. Estremizzandolo, questo concetto fa sì che ogni singola serata debba essere vissuta sempre in costante ascesa.
Secondo me, questo è esattamente il contrario di ciò che dev’essere fatto se si fa intrattenimento. Si deve giocare con le energie sprigionate dagli avventori, altrimenti subentra la noia, allora l’unica speranza è che l’intrattenimento duri poco. Infatti, la serata in discoteca inizia verso la mezzanotte e mezza e finisce intorno alle tre e mezza.
In tre ore, forse l’alcool aiuta a tenere alta la sensazione del divertimento, l’adrenalina è in costante sollecitazione e con l’aiuto di un po’ di stroboscopiche… si può avere l’impressione di ballare. Chi muove le mani, in realtà sta fermo, non dondola i fianchi, non muove le ginocchia, non sta neanche saltando.
Io non credo che si stiano divertendo, stanno ballando, ma non si stanno divertendo. Se poi pensiamo che quello dovrebbe essere un luogo d’incontro tra individui, non penso stia svolgendo bene il suo fine ultimo. Perché, aldilà del profitto, il fine ultimo di quell’aggregamento di persone è di favorire la conoscenza reciproca.
In questi casi non c’è assolutamente niente che favorisca la conoscenza, se non l’alcool e dunque l’inevitabile inibizione.
Però, se si riesce a giocare con queste energie, creando degli alti e bassi e dunque descrivendo una linea di attenzione e di energie sinusoidale, magari in ascesa, ma con alti e bassi, in realtà si sta sollecitando  molto di più l’interagire tra le persone.

 

Suonare in spazi aperti e luoghi chiusi, che differenza c’è? Quali prediligi? Quali sono le difficoltà?

Non ho una particolare predilezione dell’uno a discapito dell’altro, ciò che è necessario se si suona all’aperto, è che siGalassini DJ predisponga l’attrezzatura affinché il battage sia adeguato.
Sostanzialmente le onde che escono dai diffusori, all’aperto non incontrano corpi che le rifrangono, per cui si disperdono. In questo caso, perché la musica si avverta oltre che con le orecchie, anche con il corpo, che è strettamente necessario, bisogna utilizzare un’attrezzatura adeguata, un po’ più potente di quello che è necessario usare in una struttura chiusa.

 

I clienti lo capiscono o nel caso dei matrimoni il Dj a volte è il fanalino di coda rispetto a location, catering e altro?

Questo è un tasto dolente. In realtà l’intrattenimento è uno degli ultimi tasselli che va a comporre il puzzle dell’organizzazione di un matrimonio.
Ci si scontra sempre con problemi di budget e allora si cerca di mediare e di far capire le differenze tra una sonorizzazione a budget sostenuto e una sonorizzazione congrua, adeguata, ma solo sufficiente.
Una delle cose che più viene sottovalutata in merito, è la sonorizzazione delle cene: in genere viene richiesta e ci si premura sempre di chiederla a basso volume, convinti che, proprio perché a volume basso, bastino due casse. In realtà è il contrario: più i tavoli sono sparsi in un ambiente vasto, più c’è bisogno di diffusori perché tutti la sentano, ma a volume basso. Sennò la sente solo chi è vicino alle casse (ride).
Questo è il primo punto da cui si parte quando si descrive il tipo di attrezzatura necessaria al matrimonio.

 

Qual è la tua caratteristica principale? Cos’è che ti distingue da altri tuoi concorrenti? Perché si sceglie Filippo Galassini?

Francamente non lo so. Spero che si venga da me se si ha il piacere di avere a che fare con una persona educata, disponibile e competente.
E spero si abbia la voglia e il tempo di scoprirlo.

 

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